Pisapia unlikes Boeri e la primavera arancione diventa un grigio inverno

di Luca Fazio

Ci voleva Stefano Boeri. Finalmente si può cominciare a dire (a voce non troppo alta) che la primavera milanese è finita da un pezzo, anche se qui a Milano – almeno quelli che hanno vinto le elezioni – continuiamo a raccontarcela come se ancora ciabattassimo felici con le infradito arancioni.
C’è più di qualcosa che non va per il verso giusto e sarebbe meglio dirselo in faccia – magari raccontarlo per bene alla città – non per fare i disfattisti ma perché la giunta della nuova era non può permettersi di squagliarsi nascondendosi dietro dichiarazioni paludate o generici richiami alla collegialità che sarebbe venuta meno.
Veniamo al dunque, e per farlo siamo costretti a ricamare un ritrattino psicologico dell’assessore più discolo ovvero meno «collegiale» di Palazzo Marino: Boeri, appunto. L’altro giorno ha rimesso le sue deleghe nelle mani del sindaco, che in queste ore si sta riservando di decidere se farlo fuori o meno. Perché al di là delle stucchevoli dichiarazioni di rito e degli inviti a «ritrovare l’unità», di questo si tratta: le due prime donne della borghesia milanese di sinistra, non solo non si sono mai sopportate, ma hanno anche un’idea diversa della politica e della città. Legittime entrambe, perché Pisapia è il sindaco che incarna un sogno, e Boeri è una pedina fondamentale per poterlo realizzare, non un ingenuo che non sa contare fino a dieci prima di parlare. Ha preso 13.500 voti (il più votato a Milano dopo Berlusconi) e ha resuscitato un morto (il Pd milanese) che oggi continua a pesare e di cui, senza fare mistero, lui vorrebbe cambiare i connotati. E potrebbe anche rischiare di riuscirci: è il capodelegazione del Pd. Quindi la questione è politica.
Va bene, ammettiamolo. Di Boeri si dice che è egocentrico, arrogante (ma simpatico), un battitore libero poco incline al gioco di squadra, e troppo pieno di sé per accettare di non essere lui il sindaco di Milano, tanto più che Pisapia gli ha tarpato le ali da subito proprio sul suo terreno. Non è una quisquiglia ma l’Expo, il colossale affare destinato a ridisegnare la città per i prossimi decenni.
Per farla breve, dall’ultimo degli uscieri agli assessori, tutti pubblicamente imputano a Boeri la scarsa collegialità… Questa è la parola magica della giunta Pisapia: le decisioni devono essere prese «collegialmente», ma detta così ricorda un po’ troppo «i panni sporchi si devono lavare in famiglia», e questo atteggiamento poco si addice ad una giunta che fin dagli esordi ha sempre fatto della trasparenza e della comunicazione diretta con gli elettori un tratto distintivo. E invece da mesi si sussussura di un «cerchio magico» impenetrabile attorno al sindaco che impedirebbe una comunicazione più «calda» e trasparente con i cittadini, i veri protagonisti di una autentica rivoluzione nel panorama politico italiano. Invece Boeri parla a braccio e spesso, atteggiamento irrituale che infastidisce e spiazza la politica, ma il Pd, oltre a ringraziarlo, avrebbe dovuto accorgersene molto prima.
Ma di cosa parla? Perché al di la dell’unità della giunta – come se una decisione collegiale fosse cosa buona a prescindere – bisognerebbe discutere del merito delle cose. L’Expo prima di tutto. Boeri aveva già spiazzato gli scettici di sinistra-sinistra quando mesi fa contestò la decisione della giunta di pagare a peso d’oro, a Cabassi, le aree dei terreni che ospiteranno l’esposizione (come se fossero edificabili). Aveva ragione? Chiedete a qualunque consigliere comunale in buona fede e vi sussusserà: sì, aveva ragione. E ancora. Boeri, durante un dibattito a Radio Popolare, l’altro giorno ha ridetto ciò che pensano in molti, non i suoi fans su facebook: e cioè che la governance per la gestione dell’Expo è passata direttamente a Roberto Formigoni, che di fatto gestirà l’affare mentre al Comune di Milano toccherà un ruolo marginale. Ha ragione. Lo ammettono tutti. E allora? Non se ne può parlare perché il dibattito non è stato inserito nell’agenda condivisa? Poi, l’altro giorno, l’ennesima lite pretestuosa scatenata dall’ipotesi, non condivisa, di spostare il nuovo museo dell’arte contemporanea (ne parliamo qui a fianco). Solo un pretesto, perché la questione è più delicata, tanto che la giunta si è presa una pausa per emettere la sentenza.
Difficile che i due galletti tornino a sorridersi in pubblico per accontentare i fans, così come è complicato licenziare Boeri senza far saltare il suo partito di riferimento (Pd), diviso com’è al suo interno tra chi lo stima e chi non vede l’ora di disfarsi del fuoriclasse per continuare a giochicchiare l’insulsa melina di sempre. Pierluigi Bersani ha detto che il partito è al lavoro per aggiustare le cose. Bene, i milanesi aspettano con ansia, anche se non c’è niente di più lontano da ciò che avevano sognato giusto sei mesi fa.
Ci voleva Stefano Boeri. Finalmente si può cominciare a dire (a voce non troppo alta) che la primavera milanese è finita da un pezzo, anche se qui a Milano – almeno quelli che hanno vinto le elezioni – continuiamo a raccontarcela come se ancora ciabattassimo felici con le infradito arancioni.
C’è più di qualcosa che non va per il verso giusto e sarebbe meglio dirselo in faccia – magari raccontarlo per bene alla città – non per fare i disfattisti ma perché la giunta della nuova era non può permettersi di squagliarsi nascondendosi dietro dichiarazioni paludate o generici richiami alla collegialità che sarebbe venuta meno.
Veniamo al dunque, e per farlo siamo costretti a ricamare un ritrattino psicologico dell’assessore più discolo ovvero meno «collegiale» di Palazzo Marino: Boeri, appunto. L’altro giorno ha rimesso le sue deleghe nelle mani del sindaco, che in queste ore si sta riservando di decidere se farlo fuori o meno. Perché al di là delle stucchevoli dichiarazioni di rito e degli inviti a «ritrovare l’unità», di questo si tratta: le due prime donne della borghesia milanese di sinistra, non solo non si sono mai sopportate, ma hanno anche un’idea diversa della politica e della città. Legittime entrambe, perché Pisapia è il sindaco che incarna un sogno, e Boeri è una pedina fondamentale per poterlo realizzare, non un ingenuo che non sa contare fino a dieci prima di parlare. Ha preso 13.500 voti (il più votato a Milano dopo Berlusconi) e ha resuscitato un morto (il Pd milanese) che oggi continua a pesare e di cui, senza fare mistero, lui vorrebbe cambiare i connotati. E potrebbe anche rischiare di riuscirci: è il capodelegazione del Pd. Quindi la questione è politica.
Va bene, ammettiamolo. Di Boeri si dice che è egocentrico, arrogante (ma simpatico), un battitore libero poco incline al gioco di squadra, e troppo pieno di sé per accettare di non essere lui il sindaco di Milano, tanto più che Pisapia gli ha tarpato le ali da subito proprio sul suo terreno. Non è una quisquiglia ma l’Expo, il colossale affare destinato a ridisegnare la città per i prossimi decenni.
Per farla breve, dall’ultimo degli uscieri agli assessori, tutti pubblicamente imputano a Boeri la scarsa collegialità… Questa è la parola magica della giunta Pisapia: le decisioni devono essere prese «collegialmente», ma detta così ricorda un po’ troppo «i panni sporchi si devono lavare in famiglia», e questo atteggiamento poco si addice ad una giunta che fin dagli esordi ha sempre fatto della trasparenza e della comunicazione diretta con gli elettori un tratto distintivo. E invece da mesi si sussussura di un «cerchio magico» impenetrabile attorno al sindaco che impedirebbe una comunicazione più «calda» e trasparente con i cittadini, i veri protagonisti di una autentica rivoluzione nel panorama politico italiano. Invece Boeri parla a braccio e spesso, atteggiamento irrituale che infastidisce e spiazza la politica, ma il Pd, oltre a ringraziarlo, avrebbe dovuto accorgersene molto prima.
Ma di cosa parla? Perché al di la dell’unità della giunta – come se una decisione collegiale fosse cosa buona a prescindere – bisognerebbe discutere del merito delle cose. L’Expo prima di tutto. Boeri aveva già spiazzato gli scettici di sinistra-sinistra quando mesi fa contestò la decisione della giunta di pagare a peso d’oro, a Cabassi, le aree dei terreni che ospiteranno l’esposizione (come se fossero edificabili). Aveva ragione? Chiedete a qualunque consigliere comunale in buona fede e vi sussusserà: sì, aveva ragione. E ancora. Boeri, durante un dibattito a Radio Popolare, l’altro giorno ha ridetto ciò che pensano in molti, non i suoi fans su facebook: e cioè che la governance per la gestione dell’Expo è passata direttamente a Roberto Formigoni, che di fatto gestirà l’affare mentre al Comune di Milano toccherà un ruolo marginale. Ha ragione. Lo ammettono tutti. E allora? Non se ne può parlare perché il dibattito non è stato inserito nell’agenda condivisa? Poi, l’altro giorno, l’ennesima lite pretestuosa scatenata dall’ipotesi, non condivisa, di spostare il nuovo museo dell’arte contemporanea (ne parliamo qui a fianco). Solo un pretesto, perché la questione è più delicata, tanto che la giunta si è presa una pausa per emettere la sentenza.
Difficile che i due galletti tornino a sorridersi in pubblico per accontentare i fans, così come è complicato licenziare Boeri senza far saltare il suo partito di riferimento (Pd), diviso com’è al suo interno tra chi lo stima e chi non vede l’ora di disfarsi del fuoriclasse per continuare a giochicchiare l’insulsa melina di sempre. Pierluigi Bersani ha detto che il partito è al lavoro per aggiustare le cose. Bene, i milanesi aspettano con ansia, anche se non c’è niente di più lontano da ciò che avevano sognato giusto sei mesi fa.

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