Non Mi Uccise La Morte

*a cura di Andrea Scarabelli*

È in libreria da un mese questo importante volume che si accosta al caso Cucchi e più in generale a quello di molte vittime dell’ordine pubblico. Ecco l’intervista con i due autori:

Non mi uccise la morte è un libro ibrido. Partendo da una vicenda che è simbolo e scheggia infinitesimale di un’intera galassia di abusi, avete tentato tre approcci: testo evocativo, graphic novel e saggio. Perché? Una forma sola risultava incompleta?
Gli approcci possono essere tantissimi e tutti validi: proprio pochi giorni fa, dopo una nostra presentazione, un gruppo ska, gli Skardellas, ha presentato un disco dal titolo “Dite a mia sorella di tenermi il cane”, l’ultima frase pronunciata da Stefano. Non è tanto lo strumento a definire l’approccio, ma il sostrato emotivo, la partecipazione. Con il pezzo introduttivo, che usa le armi della fiction per svelare un fatto di cronaca, abbiamo voluto scrivere una volta per tutte “la storia di Stefano”, poi c’è la graphic novel, che dimostra come il fumetto sia una delle massime forme di narrazione popolare, un metodo incisivo, il più consono a sensibilizzare l’opinione pubblica sempre più confusa dai media. E infine il saggio di Armati, preludio a un lavoro assai più corposo che Cristiano sta curando da diverso tempo sulle vittime dell’ordine pubblico.

Come ci si accosta a una vicenda così dolente?
Con sensibilità e pragmatismo, con una reazione partecipata, senza mai dimenticare chi rimane, dello sforzo che hanno fatto e stanno facendo i famigliari di Stefano in questa lunga strada
verso la Verità.

Come si riesce a raccontare senza spettacolarizzare né fare particolarismi?
In questo caso la morte non è spettacolare, non lo è la sofferenza. Le dichiarazioni della nostra classe politica, l’impunità di chi indossa la divisa, quello è lo spettacolo tragico. Non abbiamo aggiunto nulla a quello che era accaduto, magari ci siamo spinti a ipotizzare eventi che poi si sono definiti tristemente reali. Non c’è spettacolo in quelle cartelle cliniche e non c’è spettacolo nel nostro libro, abbiamo voluto affrontare il caso con un’analisi attenta e parsimoniosa.

Quali resistenze avete incontrato?
Nel momento in cui abbiamo incominciato a lavorare a questa vicenda ci siamo chiesti se fosse il caso di chiederne il permesso alla famiglia di Stefano. Ci venne in soccorso Cristiano Armati che oltre ad essere l’autore del saggio conclusivo è anche il direttore editoriale di Castelvecchi. Ci disse che non c’era bisogno del “permesso”, certo quella famiglia doveva essere informata, ma quella storia ormai non era più la storia di una sola famiglia bensì “una storia che riguarda tutti”.
Di resistenze “esterne” ce ne sono state, un aneddoto esemplare: la televisione di stato ci manda a prendere con una macchina blu mentre siamo impegnati in una presentazione presso il Rush di Roma. Ci sono novità importanti sul Caso Cucchi, vogliono intervistarci a Rai Linea Notte. Il Moretti ha la malaugurata idea di pronunciare tre parole vietate: “forze dell’ordine”, pochi secondi in un discorso complesso e facilmente condivisibile. L’intervista è stata brutalmente tagliata, andate a vedere l’intervista, è caricata su youtube.

Toni, che soluzioni hai usato per trasmettere il dolore e la paura senza semplicemente rappresentarli?
L’istinto. Credo sia il miglior mezzo a disposizione del disegnatore. Senza troppi concettualismi ho cercato di rappresentare l’attesa di una famiglia distrutta dal dolore, cercando di immedesimarmi in quei momenti privi di certezze. Un’attesa fatta di toni scuri, circondata da un segno rabbioso.

Toni, che risorse ha la graphic novel rispetto alla narrativa?
L’illustrazione racconta i fatti privando il lettore della sfera immaginifica, scaraventandolo in una realtà che se venisse “semplicemente” raccontata farebbe paura, ma che in questo caso provoca una reazione interiore che va al di là della paura, si trasforma in necessità di reazione.

Luca, il dramma di Stefano Cucchi non è un caso isolato, come avete ben documentato e come appare confermato (se ce ne fosse bisogno) dalle ultime clamorose vicende di cronaca. Pensi che la repressione, intesa come somministrazione casuale ma scientifica di violenza per indurre paura generalizzata, sia un metodo preciso nell’ottica di paralizzare alla radice ogni minima devianza?
Si tratta di “Sorvegliare e Punire”, parole di focaultiana memoria che sono sempre più attuali. Creare categorie di marginalità affinché l’opinione pubblica sia accondiscendente alla “somministrazione del dolore”, creare individui che volontariamente si sottomettano ai dettami del potere, un misto di coercizione e consenso. Siamo tutti nati innocenti eppure tutti rischiamo di morire colpevoli, basta non essere completamente allineati, oppure più semplicemente indossare una maglia rossa, come Stefano Gugliotta, ed essere scambiati per uno che “è uscito dallo stadio”.

Luca, quanto pesa la paura in Italia?
Molto. Il peso della paura in Italia si misura con i voti sottratti, con la creazione di categorie di marginalità, con i “campi di concentramento aquilani”, con la “tessera del tifoso”, con la legge Fini-Giovanardi. Ripeto siamo tutti nati innocenti, ma bisogna avere paura, paura di divenire colpevoli e quindi d’intralcio all’esercizio del potere.

Che pensate della sentenza di appello relativa alle violenze di Bolzaneto al G8 del 2001? Pensate che una certa legittimazione del terrore sia partita da lì?
Assolutamente sì, quella è stata una delle prime espressioni “mediatiche” del terrore. E’ iniziato tutto così, il g8 è stato un vero e proprio campo di addestramento per l’attuazione del potere autoritario. E’ l’ennesimo motivo di vergogna per lo stato italiano. E’ chiaro a tutti ormai che vige l’applicazione di un regime “soffuso” che non accetta dialogo né idee contrarie al sistema. Non crediamo che la sentenza d’appello sia un’inversione di rotta, semplicemente un compromesso, troppe immagini, troppa comunicazione, troppe verità. E’ uno dei casi in cui la magistratura è stata “costretta”  a scollarsi dalle forze dell’ordine; è il padre che scaccia il figlio degenero.

“Non mi uccise la morte” di Luca Moretti e Toni Bruno, Castelvecchi, 112 pagg, 12 euro

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