
Marco Mancuso di Digicult
Domenica 16 Ottobre 2011
Il Teatro Valle Occupato ha deviato il suo percorso e si dirige a Piramide. Sono circa le sei del pomeriggio del 15 Ottobre e questo è il messaggio che appare a un certo punto su Twitter, seguendo l’hashtag #15o, vero punto di riferimento personale e immagino collettivo di questa giornata pazzesca. Io sono uscito da poco da due cariche indiscriminate delle forze dell’ordine (dovrei usare il termini “guardie”, che meglio si adatta al loro operato, ma per onor di stile uso il lessico ufficiale), che come sempre non sanno e non vogliono fare distinzioni tra manifestanti pacifici e non.
Preso frequentemente come punto di riferimento su Twitter per monitorare i movimenti del secondo spezzone del corteo, che ha avuto la freddezza e la fortuna di non trovarsi imbottigliato nell’area urbana immediatamente successiva al Colosseo (Via Labicana, Viale Manzoni, Via Emanuele Filiberto, Piazza San Giovanni), il Teatro Valle Occupato insieme a centinaia di altre sigle e centinaia di migliaia di manifestanti, ha proseguito la sua marcia a quel punto indipendente, perdendosi nelle ombre serali di una Roma di inizio autunno. Di come sia andata a finire non si sa niente. Di come si sia conclusa la manifestazione del 15 Ottobre nessun media ufficiale riporta traccia. Potrebbero essere spariti nel nulla per quel che riguarda i benpensanti, i moralisti pronti a lanciare i loro strali contro le violenze di piazza. Fantasmi e mancati testimoni di una giornata che Ë come se non fosse mai esistita, se non nel sensazionalismo della violenza. Sperare in un’analisi più profonda della pura cronaca, è a questo punto mera utopia.
Doveva essere la giornata dell’indignazione a Roma, della protesta di un movimento maturo e finalmente consapevole della sua complessità, incastrata nell’enorme visibilità di una giornata di protesta mondiale che per numeri e partecipazione non ha visto alcun’altra città avvicinarsi nemmeno lontanamente al successo Italiano. E’ stata invece la giornata della violenza, inutile chiudere gli occhi di fronte all’evidenza, così improvvisa, in fondo inaspettata per la sua forza e forma. Una nota per il lettore pronto a scagliare la pietra della sua personale ipocrisia: la mia non vuole essere un’affermazione retorica, non vuole farsi scudo di iperboli lessicali per colpire l’immaginazione. Non vuole nemmeno essere un commento a titolo personale. La mia è una semplice e purtroppo ovvia constatazione: questo è stata agli occhi dei media servili (non solo ai piacimenti di un tycoon con trapianto e rialzo, attenzione, ma al senso morale del lettore medio, anche di un media considerato da molti “avanzato” come Internet e che tende ormai sempre più frequentemente a replicare le dinamiche informazionali dei suoi progenitori analogici) la grande manifestazione Occupy Rome. E, loro sì, affamati di situazioni come queste, giocano con i titoli e gli editoriali, i commenti e le analisi, per guardare negli occhi una giornata che però è stata molto, molto di più.
Chi a Roma c’era, ma anche chi ha seguito gli eventi da casa sua, ha visto centinaia di migliaia di persone reclamare pacificamente l’esigenza di un futuro diverso nei termini di una maggiore equità economica e sociale, di riconoscimento per una generazione di precari, disoccupati, studenti, docenti, ricercatori, operatori della cultura, dell’arte, del cinema, del teatro e di una serie di “categorie” che non sono nemmeno dotate di una “etichetta” chiara, tale è la complessità del professionismo richiesto per poterle esercitare con valore (profittevole e morale). Fantasmi prima e Fantasmi ora ancor di più. Cancellati dalla storia di una giornata che doveva e poteva essere molto altro. “Non-ci-rappresenta-nessuno”, cantavano i cori multicolori. E’ vero, però purtroppo è vero oggi ancor più di ieri. E questa è senza ombra di dubbio una sconfitta le cui proporzioni e ricadute non sono assolutamente in grado di comprendere, almeno per ora.
Chi a Roma c’era, e questa sì è retorica me ne rendo conto, imprigionato o meno negli scontri di San Giovanni, ha il cuore lacerato per la mancanza di attenzione verso i veri contenuti della manifestazione. Per l’occasione persa, per una sensazione sottopelle che rimanda tristemente al post-Genova 2001. Alla morte di un Movimento, alla distruzione scientifica di una realtà sfaccettata, senza bandiere sovraimposte, apartitica, però forte e arrabbiata all’interno di un movimento globale che non si vedeva così consapevole e maturo da anni. Un movimento generazionalmente complesso, professionalmente non identificato, rizomatico nelle sue continue corrispondenze e travasi di esperienze e battaglie tra contesti (scuola, università, cultura, cinema, arte, ambiente) solo apparentemente differenti.
Un Movimento che inevitabilmente da domani si fermerà a riflettere. Mi sembra quasi di sentirlo il silenzio di questa domenica. Nessuno parla, pochi commentano. Molti pensano, riflettono, ci sarà tempo e modo per parlare. L’Antagonismo ha molte facce e da oggi queste facce hanno contorni un po’ più chiari, almeno questa è la sensazione che ho avuto dal mio “piacevole” weekend capitolino. L’Antagonismo radicale esiste, è inutile pensare che sia composto da una minoranza isolata, ed è al contempo inutile e spesso comodo condannarlo in modo ipocrita, raccontarne solo la faccia nichilista e distruttiva sotto l’etichetta ormai rancida del “blocco nero”. Da Atene a Londra (lasciamo stare, per favore i paralleli, con i moti del Nord Africa, più che altro per rispetto verso chi non ha il pane per mangiare) non si combatte per strada con i soldatini e Roma, in questo senso, non è stata da meno. E il disagio sociale che esso rappresenta non è molto diverso da quello che anima le migliori intenzioni del manifestante pacifista: è la retorica del dissenso ad essere differente, ma la base è simile. Molto simile. Dimenticarlo è sempre un errore.
La giornata del 15 Ottobre a mio avviso dovrà essere un momento di riflessione sì, ma verso un processo di maggiore accettazione della violenza, o per lo meno di comprensione su come incanalare questa rabbia verso un processo politico-sociale alternativo. La giornata del 15 Ottobre dovrà essere, al contempo, l’occasione per capire come riuscire a evitare le strumentalizzazioni che accompagnano questi atti violenti, a fare sopravvivere le istanze del Movimento prima che venga distrutto dalla retorica dei media di massa. La giornata del 15 Ottobre dovrà rappresentare infine l’occasione per capire come scendere per strada evitando al contempo i rischi e proteggendo l’incolumità del manifestante pacifico. Ciò che si è visto e percepito attorno a San Giovanni ieri, riporta memorie che hanno già lasciato ferite troppo profonde.
E penso sia abbastanza inutile parlare ancora una volta della gestione della piazza da parte della polizia; di cosa dobbiamo discutere ancora? Dell’atteggiamento criminale che intrappola con rigore militare persone inermi chiudendo tutte le possibili vie di fuga, costringendole a scappare come una grande bestia in panico sotto le cariche continue e i getti degli idranti? Vogliamo chiederci come sia possibile non riuscire a gestire, fino a notte fonda, poche centinaia di persone armate di spranghe e sassi senza provocare ricadute su altre migliaia? Vogliamo denunciare quell’organo Statale che dovrebbe garantire e non offendere? Ma quale è la novità? Dove sta l’indignazione?
Se si vuol fare calare la scure della condanna, beh allora è meglio iniziare a mettere sullo stesso piano sia chi penetra nelle maglie di una manifestazione pacifica, usando la morbida testa del corteo (e non le dure code antagoniste, questo è evidente) e le persone comuni come scudo e protezione delle proprie azioni, e che forse farebbe meglio a rivendicare con chiarezza e onestà le proprie azioni, sia chi crea le condizioni affinché quelle azioni degenerino in un rischio fisico ed emotivo per chi NON ha scelto di trovarsi in una certa situazione.









