*di Max Guareschi*
Ho dato un’occhiata al programma della Festa democratica che inizia in questi giorni a Milano. Una
scorsa a concerti e spettacoli. Non c’è niente che mi interessi. Posso capire che l’esigenza sia di fare cassa. E allora ben venga una serata di cassetta con l’eroe dei talent show Marco Mengoni che strepita in falsetto, prodotto dal neoleghista Morgan, ormai ridotto a fare l’Apicella del fosco
sindaco veronese Tosi. Qualche cosa di meno retrò dei Luca Barbarossa però lo si poteva sperare
Poi passo a vedere i dibattiti. Non che sia una cosa che in genere mi appassioni. Ma ero curioso di
vedere quali erano le coordinate politico-cuturali che questo partito in eterna gestazione si dava.
La festa milanese poteva essere in proposito un’occasione importante. Poi immaginavo che visti i successi che ormai da anni mietono festival di ogni tipo sparsi per la penisola (chi è arrivato per primo si è accaparrato letteratura, filosofia, mente, storia, poesia, economia ecc., chi si è mosso in ritardo ha dovuto accontentarsi di ciò che restava, tuttavia ci dicono che anche i festival della chimica organica, della filologia romanza e del diritto costituzionale comparato non sono andati male) potessero fare un pensierino sul fatto che puntare su qualche “evento” culturale, capace di fare da traino, e su una programmazione ben strutturata intorno a qualche idea forte potesse pagare in termini non solo di prestigio e innovazione ma anche di presenze.
Che cosa avrebbe significato, per esempio, giocarsi Umbero Eco o Zygmunt Bauman, o magari qualche scrittore affine al gusto democratico, per esempio Erri de Luca che citando continuamente la Bibbia immaginiamo sarebbe stato gradito anche alla componente cattolica. Si sarebbe potuto così superare il vecchio schema da Festa dell’Unità, dove accanto agli affollati stand delle salamelle e del fritto misto stavano i tendoni inesorabilmente vuoti degli “spazi dibattiti”.
Così ho dato una scorsa al programma. Niente di tutto ciò. In compenso, non mancano temi appassionati e di urgente attualità come la storia dei miglioristi nel Pci. Per il resto piccolo cabotaggio e nessuna idea forte. Inoltre, a parte qualche politico di “chiara fama”, confesso che i 5/6 dei dibattenti mi risultano del tutto ignoti. Non so chi siano, non li ho mai sentiti nominare. Un problema mio, forse. Sì, qua e là spunta il nome di un noto sociologo valtellinese o del direttore di “Libero”, di cui, vista la loro costante presenza sugli schermi televisivi, forse ci poteva essere risparmiata la versione live, ma per il resto è nebbia. Fra i vari dibattiti, però, ne spicca uno in cui i nomi dei partecipanti non sono certo ignoti. Non è un caso che si svolga proprio Venerdì 17.
Nel giorno infausto per antonomasia a discutere di “Nuove pratiche per la sicurezza urbana” è chiamato un vero e proprio dream team composto da Gabriele Albertini e dagli sceriffi di centrosinistra Cofferati e Zanonato. Immaginiamo già quale sarà il messaggio: la sinistra ha sottovalutato l’allarme sicurezza, bisogna riprendere le parole d’ordine della destra, se ci mostriamo più leghisti dei leghisti allora i leghisti ci voteranno e via dicendo. Stupisce, in tale parterre des rois, l’assenza del local hero Filippo Penati, che su tale proposta politica ha costruito una sconfitta dopo l’altra (prima provincia poi regione). Compare però Emanuele Fiano, che qualche mese fa si era distinto per un’interrogazione parlamentare in cui stigmatizzava che le forze dell’ordine non avessero manganellato a sufficienza chi contestava Podestà il 25 aprile. Che sia lui ad aspirare al ruolo di De Corato di sinistra lasciato libero da un Penati ormai assurto alla dimensione politica nazionale?










