Mercoledì 6 aprile dalle 21.30@ Circolo dei Malfattori, via Torricelli 19, Milano
Il Decameron di Pier Paolo Pasolini [1971], 110′
A seguire dibattito: “L’orgia rinnova il patto sociale?”
Il film racconta alcune novelle del Boccaccio, cui fanno da legame, nella
prima parte, la storia di Ser Cepperello che, ingannando un prete con una falsa
confessione, si vede trasformato in Ser Ciappelletto e adorato come santo,
nella seconda, un pittore impegnato in un affresco.
Andreuccio, si fa derubare di tutti i suoi soldi da una giovane che si finge
sua sorellastra, per poi ritrovare la fortuna spogliando dei suoi gioielli la
salma di un vescovo. Spacciandosi per sordomuto, Masetti viene accolto in un
convento di suore, dalle quali si lascia sedurre, per poi crollare esausto.
Lisabetta, cui i fratelli hanno ucciso il giovane amante, taglia la testa al
cadavere per conservarla in casa sotto una pianta di basilico. Caterina e
Ricciardo, dopo essersi amati, vengono uniti in matrimonio dagli stessi
compiaciuti genitori della giovane. Tingoccio torna dall’aldilà per rivelare al
timorato Meuccio che far all’amore non è considerato un peccato. Fingendo di
volerla trasformare in cavalla, Danno Gianni si gode la moglie di un ingenuo
contadino. L’infedele Peronella induce il marito a entrare in una giara, per
impedirgli di scoprire il suo amante, al quale subito si concede.
Orso d’Argento al Festival di Berlino, 1971
al Circolo dei Malfattori, via Torricelli 19 Milano, zona Ticinese
M Romolo, Tram 3-15, Bus 90-91
INGRESSO GRATUITO, of course
http://malfattori.noblogs.org | malfattori@inventati.org
Il Decameron di Pasolini non è quello di Boccaccio. La scelta, strettamente
ideologica, di trapiantare la capitale linguistica d’Italia, Firenze, nella
culla dell’unica lingua italiana conosciuta in tutto il mondo, quella della
canzonetta popolare di Napoli, è quasi una scelta “purista”: uno schiaffo al
politichese giornalistico televisivo, all’orrido ibrido italiano imposto dalla
massificazione. Ad essa si unisce quella del recupero degli attori “di strada”,
non professionisti, ma con un intento “antiartistico”, rivolto contro la
forzosa “spiritualizzazione” della loro fisionomia della quale il poeta
autoaccusa il suo cinema. Il cogliere fisionomie nei mercati di Napoli non
vuole più essere più essere un mezzo per aumentare la suggestione
dell’immagine, ma fa tutt’uno con il mettere gli attori in condizione, come
fossero dei bambini, di recitare un ruolo che comprendono e reinventano da sé,
fino in fondo, e che vivono con lo spirito del gioco, risultando così molto più
veri degli “interpreti” professionisti. Questo spirito popolare rivisitato si
incarna nella figura del vecchio canuto che interpreta e riduce per il popolo
analfabeta il senso delle storie che legge da un libro del Decameron, e che
sostituisce i nobili narratori cortesi boccacceschi. La rigida struttura ad
episodi dell’opera è fatta confluire in un unico carosello in cui nove episodi
prescelti si intrecciano in due episodi guida, quello di Ser Ciappelletto
prima, quello di Giotto poi. La valenza metaforica dei due personaggi-guida
riflette, con un’aria di leggerezza che raccoglie il senso di arguta scaltrezza
del Boccaccio, le tematiche pasoliniane. Ciappelletto ripropone la vicenda di
Sant’Infame, del blasfemo, libertino, assassino che, in punto di morte, si fa
passare per santo fingendo una purezza interiore inoppugnabile. La santità,
dunque, che non va confusa con uno stolido e bigotto senso di religiosità da
sagrestia, è l’impossibilità di discernere la mistificazione della verità.
L’episodio di Giotto, invece, sotto lo stesso astro sdrammatizzante, ripropone
autobiograficamente il rapporto tra l’arte, la vita e il sogno. […] Vestito
degli stracci che un contadino gli ha dato per ripararsi dalla pioggia, sul
calesse che l’amico napoletano guida verso la città, il pittore Pasolini si
sente chiedere: “Maestro, tu credi che se ci venisse incontro un forestiero che
non ti conosce e ti vedesse conciato così, potrebbe mai pensare che tu sei uno
dei più bravi pittori del momento?”. Ma questo rischio non preoccupa “l’eterno
dilettante” Pasolini. Da questo momento in poi il poeta gira in mezzo alla
“sua” gente, in cerca di ispirazione, assiste ai balli popolari, alle tresche,
agli imbrogli di questa umanità spensierata, che ruba, che mangia, fa l’amore e
si diverte senza sapere mai il perché.








