Lamber Ciar e Net
marzo 5th, 2010 | by Published in Senza categoria
* di Diana Santini *
Hanno attraversato indisturbate tutta la Lombardia le 3600 tonnellate di gasolio e olii combustibili fuorusciti dalle cisterne della Lombarda Petroli di Villasanta martedì scorso. A più di una settimana
dal disastro le macchie iridescenti che per un paio di giorni hanno galleggiato a pelo dell’acqua sono sparite: la melma velenosa non ha incontrato barriere ed è scivolata via veloce verso il Grande Fiume. Solo allora la diga Enel di Isola Serafini ha potuto fermare il grosso dell’onda
nera, salvando il basso corso del Po e il suo delta. I soccorsi sono scattati in grave ritardo.
Erano le 3.30 di lunedì quando qualcuno ha aperto i rubinetti dei silos di stoccaggio
della Lombarda Petroli, innescando la peggiore catastrofe ecologica mai registrata nel Lambro. Una melma di idrocarburi invade lo spiazzo al centro del complesso industriale, s’insinua nei tombini e percorre sei chilometri di fogne in direzione del depuratore di San Rocco, a Monza. La prima telefonata dalla Lombarda Petroli che avvisa Arpa e Brianza Acque del versamento di carburante è delle 8.30. Se la sono presa comoda: dal disastro sono passate cinque ore ed è
improbabile che nessuno si sia accorto di niente. In tutta l’area lo scenario supera le fantasie più catastrofiche. L’aria è irrespirabile per chilometri e il piazzale del deposito un lago di gasolio che lentamente cola nei tombini. La massa oleosa intanto raggiunge il depuratore di Monza,
lo riempie mettendolo fuori uso, e inizia a tracimare nel fiume. Ma la macchina organizzativa stenta a mettersi in moto. I vigili del fuoco intervengono a S. Rocco solo alle 10.30, vietando poco dopo
l’approvvigionamento idrico agli agricoltori. Di lì a un’ora, l’Arpa informa di avere sigillato le sette cisterne di carburante manomesse. A quel punto sono passate otto ore e mezzo dal sabotaggio.
Sempre con assoluta calma, un’unità di crisi viene convocata a Milano per mezzogiorno. I primi tentativi danno una misura della sottovalutazione dell’emergenza: a Salerano, per esempio, si cerca
di fermare il gasolio con l’ausilio di un’imbarcazione, peraltro mai salpata. Poco dopo l’Arpa comunica trionfante di essere riuscita a bloccare la massa d’idrocarburi all’altezza della diga di Melegnano. La melma strariperà un quarto d’ora dopo. Incurante di questi maldestri tentativi, la massa oleosa procede svelta verso sud e i mezzi mobilitati per l’emergenza arrivano regolarmente al fiume quando è già passata. Inizia un balletto d’autorizzazioni che impedisce di fatto
d’agire. Mentre la prefettura di Milano dà il via libera ai mezzi sul proprio territorio, la chiazza è già arrivata a Lodi, dove non sono autorizzati a effettuare pompaggi. Quando la cittadina laboriosa della Bassa lombarda si avvia a intervenire, il petrolio è già a S.Colombano. Di lì al Po
la strada è breve e il grande fiume non consente, per dimensioni, di stendere barriere da una sponda all’altra. Entra in gioco Bertolasik, ma soprattutto la diga di Isola Serafini, l’unica in grado di assorbire per capienza le tonnellate di veleno in arrivo da nord. L’uomo di Berlusconi
giura che nell’Adriatico non arriverà una goccia di petrolio. L’emergenza è finita; come se un’iniezione d’ottimismo potesse riportare in vita la flora e la fauna distrutte dal passaggio dell’onda nera che ha falcidiato cormorani e germani. Il Lambro raccoglie, solo da pochi anni
previo passaggio attraverso depuratori, gli scarichi di 12 milioni di lombardi, del triangolo Varese-Como-Milano. È il fiume più inquinato d’Italia. Nei 130 chilometri del suo letto sono depositati metalli
pesanti in quantità: cromo, zinco, piombo, mercurio; lascito sedimentoso del glorioso sviluppo degli anni Sessanta e Settanta. Gli Ottanta, invece, sono gli anni delle bollicine: in molti ricordano lo
strato di schiuma spesso anche mezzo metro che ricopriva la superficie dell’acqua, soprattutto nei weekend, quando le fabbriche pulivano gli impianti, certe che i tecnici non sarebbero usciti per rilevazioni “festive”. Il fiume è stato per decenni biologicamente inerte, morto. Il
completamento della rete dei depuratori e le opere di risanamento degli ultimi anni stavano facendo ben sperare: cavedani, carassi e arborelle avevano ricominciato a nuotare nelle acque pur ancora torbide. Del loro destino nulla si sa. L’area della Lombarda Petroli è enorme: 309mila mq di terreno sui quali l’Addamiano Engineering di Nova Milanese vuolecostruire appartamenti, negozi, capannoni industriali e un grande centro direzionale: un affare da mezzo miliardo
di euro. Si chiamerà Ecocity, e finora nessuno ha messo in luce il lato grottesco della cosa. Intanto, il nucleo ecologico dell’Arma indaga nel sottobosco dei subappalti: qualcuno rimasto escluso dalla lottizzazione potrebbe avere voluto vendicarsi. Una brutta storia, quindi d’intrallazzi e speculazioni immobiliari ha dato il colpo di grazia al fiume dei milanesi. “Se la magistratura dovesse individuare
nella speculazione edilizia il movente di quest’azione criminale, sarebbe necessario porre un vincolo urbanistico su tutte le aree attorno al Lambro”, ha detto il presidente della provincia Podestà. Meglio tardi che mai. Per stilare il vero bilancio dei danni ci vorrà tempo. A preoccupare sono soprattutto i rischi d’infiltrazione nella falda acquifera: a Milano ci galleggiamo
sopra. Il depuratore di Monza, poi, è alla frutta: in grado di filtrare solo il 25% delle acque che gli arrivano: per almeno altre due settimane i 3/4 degli scarichi di tutta la zona si riverseranno nel Lambro senza fermate intermedie. La componente più pesante dell’onda nera, infine,
non è stata intercettata dalle barriere oleoassorbenti e si è depositata sul letto del fiume, pronta a scendere a valle con le prossime piene. Il Formigoni elettorale è riuscito a promettere che il
Lambro tornerà quello dei nostri nonni, coi gamberi di fiume che nuotano vicino alle rive. Ha stanziato 20 milioni di euro, cifra propagandistica, visto che solo per ripulire l’alveo ne servirebbero almeno 100. I comuni lombardi non si sono fatti attendere nel reclamare la lowo parte: a
Monza vuole soldi per riparare il depuratore, Melegnano per pulire le sponde, Milano per riqualificare Parco Lambro. Il Pirellone ha già dimenticato il fiume avvelenato. Approfittando del disastro, molti ripuliscono gli impianti nel fiume, certi che di fronte ai valori sballati di questi giorni, nessuno se ne accorgerà. Resta da capire cosa rischia davvero chi ha messo in atto lo scempio del Lambro: la Procura di Monza indaga per disastro colposo, ma la modifica al codice ambientale
decretata dal governo il 2 febbraio riduce le pene per chi contamina i corsi d’acqua: un bel regalo agli inquinatori giunto proprio al momento giusto.



