
a Milano la primavera e’ finalmente sbocciata, lo smog profuma di gelsomino, l’ascella ricomincia a sudare e la gente ritrova il gusto di stare insieme, di volare, di spogliarsi.
la mia e’ una giornata dedicata alla lettura, stravaccata sul divano, con la porta aperta e il vento che si infila nel naso.
il nano trotterella su e giu’ per la ringhiera senza scarpe, buttando ogni tanto la testa dentro casa per controllarmi.
Sento le zie della porta accanto che cercano di irretirlo e lui che distribuìsce dei secchi ‘No!’
ancora per qualche tempo saro’ io l’unica femmina autorizzata a stropicciarlo-sbaciucchiarlo-rotolarlo senza timore di essere rifiutata.
mother power, inebriante come una rosa!
sto leggendo un articolo: The man who remade motherhood.
mi sembra un ossimoro e mi fa vagamente incazzare: vedi te se e’ proprio un uomo che mi deve ridisegnare la mammitudine!
il dottor Sears e’ il nuovo teorico della genitorialita’, pilastro della quale secondo lui deve essere l’ attachment parenting, l’educazione all’attaccamento, in senso fisico: il nano deve stare appiccicato a mamma tutto il giorno, e pure la notte.
la bibbia del maternage si chiama The Baby Book, 2003.
i suoi comandamenti: dedicati al nano in modo totalizzante, attaccalo alla tetta tutto il giorno, portalo in giro avvolto in una fascia da cangura che lo strizzi al tuo corpo e gia’ che ci sei, smetti di lavorare.
“Alcune madri decidono di tornare presto al lavoro soltanto perche’ non capiscono quanto questo possa compromettere il benessere del bambino”, dice Sears.
nell’epoca dell’austerita’, dell’equilibrismo precario, quando spesso la scelta e’ tra lavorare per pagare una tata o fare la baby sitter fai-da-te rinunciando a uno stipendio ridicolo, uno che mi teorizza il non lavoro materno e’ la ciliegina che mancava.
sembra che quando la disoccupazione galoppa siano le mamme a dover smettere di correre.
Elisabeth Badinter in Mamme Cattivissime? (2011) denuncia il riemergere prepotente di un modello femminile che fa dell’essere madre l’elemento fondante dell’identita’ della donna, seguendo la chiave retorica del ritorno alla ”natura”.
le donne lavoratrici: quando non sono precarie sono sottoposte alla pressione di dover offrire eccellenza per ottenere posizioni sottostimate.
questo e’ quello che rimane nel piatto dopo anni di lotte per le parita’, un intingolo che sa di sbattimento condito con abbondante riprovazione morale verso chi sceglie la carriera invece di votarsi al ‘tradizionale’ ruolo materno di angelo del focolare.
mamma che lavora stringendo le chiappe e moltiplicando i suoi ruoli e’ sinonimo di mamma mediocre, quando non cattivissima.
e’ sempre la stessa storia, travestita a volte da morale catto-tradizionalista, a volte ricoperta di ideologia reazionaria.
oggi quella vecchia storia veste radical chic con tendenze fricchettone.
‘Dal 1929 al 1933, il numero dei disoccupati in italia passa da 300.000 unita’ a oltre un milione. E tuttavia, protestano molti, si vedono ancora donne che lavorano negli uffici pubblici, nelle scuole e anche nelle fabbriche.’
‘L’avvento al potere del fascismo aveva coinciso con due grosse crisi economiche: quella del dopoguerra e quella degli anni 1929 – 1931. l’aumento della disoccupazione e la concezione della donna tipica del regime avevano fatto si che il lavoro femminile extradomestico venisse prima deplorato poi scoraggiato…’
Miriam Mafai, Pane Nero (2008)








