Islam Punk

Mark LeVine

Rock the Casbah! I giovani musulmani e la cultura pop occidentale

Isbn, pp. 256, 19 euro

È uscito da poco questo importante saggio, rititolato clashanamente (e con un po’ di furbizia) come la canzone omonima, rispetto al più puntuale originale, ovvero “Heavy Metal Islam, Rock, Resistance, and the Struggle for the Soul of Islam”. Si tratta di un saggio approfondito e rigoroso, dal punto di vista sia sociologico sia musicale. Mark LeVine, oltre a essere professore di Storia mediorientale alla University of California, è anche un ottimo chitarrista, che va spesso in Medio Oriente per tenere conferenze e incontrare musicisti, con cui a volte nascono grandiose jam interculturali. Incomincia un percorso attraverso Marocco, Egitto, Palestina, Israele, Libano, Iran e Pakistan; lo stile scorre agile, mischiando brevi racconti di viaggio, interviste con gli esponenti delle varie scene, riflessioni sociologiche e culturali intessute su brevi nozioni di storia. Un affresco prismatico, anche se ovviamente parziale, che va però a colmare un vuoto: lontanissimi dai nostri stereotipi, sono descritti fermenti capaci di superare per innovazione e sperimentazione le scene americane ed europee da cui hanno tratto spunto. Si parla in particolare del metal, che scopriamo essere l’arma di provocazione più forte, in nazioni spesso devastate dalla guerra permanente o dal terrorismo: i testi carichi di morte diventano l’unico linguaggio capace di parlare davvero a ventenni con un vissuto carico di violenza, e di provocare le istituzioni religiose, non senza rischi pesanti. È il caso della repressione dei metallari, o Metaliens come amano definirsi, avvenuta in Marocco nel 2003: il Mukhabarat (il servizio di sicurezza) arrestò quattordici tra musicisti e fan con l’accusa di essere satanisti. I giovani furono torturati e incarcerati, e liberati solo dopo una massiccia protesta della società. Conquiste culturali che passano quindi necessariamente per scontri e lacerazioni, che si fanno vera lotta politica, spinte da un irrefrenabile desiderio di libertà giovanile, che passa attraverso musica e stili di vita alternativi. Questo però senza rinunciare alla propria identità, religiosa o culturale che sia, come sta invece accadendo al cosiddetto “Islam ad aria condizionata”, sempre più arricchito e occidentalizzato: ecco quindi come il metal, l’hip hop e l’elettronica s’intrecciano con i suoi della tradizione. Le pagine di questo libro suonano a tutto volume hip hop madrasa e gnawa metal, parlano con la voce di riot grrrls costrette al coprifuoco dai propri genitori, dei rapper palestinesi con il mito di Tupac, o del produttore pakistano Mekaal Hassan, jazzista di formazione e appassionato di heavy metal e musica qawwali. Oscillano tra un afterhour in un night club di Beirut in cui ballano fianco a fianco lesbiche cristiane e sciite, oppure gay sunniti e drusi, e nottate di paranoia e confidenza trascorse bevendo infinite tazze di tè con artisti, attivisti e blogger iraniani che portano avanti la propria battaglia culturale, anche a costo della repressione.

Andrea Scarabelli

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