Allora la notizia dell’anno è che Google sta mettendo in questione la sua presenza in Cina. Questa è una buona notizia per noi tutti. Il matrimonio fra new economy ed autoritarismo sembra finalmente scongiurato. Con questo non vogliamo dire che la fase di sviluppo repressiva e totalitaria del capitalismo sia sventata, che il pericolo di estremi e pervasivi poteri di sorveglianza statale sia stato fugato. Anzi, dobbiamo fare molta attenzione a quello che succede nella nostra beneamata europa.
L’Inghilterra ci insegna come si possa essere una nazione di tradizione democratica con il più esteso e sofisticato apparato di videosorveglianza al mondo. La Danimarca sta introducendo il più avanzato sistema di telemedicina al mondo. Oggi le visite si fanno a casa, in teleconferenza col medico e tutto l’apparato per le analisi collegato in rete. Ma cosa succede quando si porta in casa l’apparato medicale ed il tuo funzionamento piscologico e fisiologico diventa trasparente all’autorità medicale? Quali le conseguenze per l’identificazione ed il trattamento della malattia mentale, delle dipendenze ed in genere di ciò che chiamano devianza? Non sembra il sogno della Moratti e del suo kit antidroga che si propone di restaurare a mezzo di strumenti discipinari l’autorità parentale sui comportamenti giovanili? Insomma, che brutto. Il medico, il padre, la scuola e la tecnolgia allineati per un controllo 24/24 della tua vita.
Quindi all’erta che la possibiltà di un mondo totalitario è sempre dietro l’angolo. Ma oggi comunque possiamo tirare un respiro di sollievo poichè una incrinatura si è prodotta e le ragioni della libertà di espressione sono entrate in conflitto insanabile con l’autorità suprema delle gerarchie di stato. Si racconta che nella decisione di Google abbia contato molto la posizione del Director of Technology e co-fondatore dell’azienda di Mountain View Sergey Brin. Nato in Unione Sovietica, egli sin dall’inizio si era opposto con forza a google.cn, un progetto del 2006 che metteva le briglie della censura al motore di ricerca per far guadagnare a google l’accesso al gigantesco mercato cinese. La giustificazione era che, per quanto controllato, il motore avrebbe comunque contribuito alla libertà di parola e di circolazione delle idee in Cina.
No more. Gli ultimi cyberattacchi provenienti dalla Cina hanno messo tutto in questione. Gli obiettivi dell’intrusione informatica erano le email e i dati personali delle voci cinesi del dissenso. Insomma come per l’11 settembre, questo attacco sembrava usare le strutture della libertà per colpire al cuore il sistema e trasformare un ordine di libertà in un ordine di sorveglianza e repressione. Ma il diavolo sta nel dettaglio, e questo è l’interessante. Sembra che gli attacchi siano stati mirati all’internal intercept system, il sistema che genera il log di tutti i tuoi dati personali in esecuzione dei mandati della magistratura. La debolezza intrinseca sfruttata era dunque precisamente il sistema di controllo interno, cioè l’organo di controllo e sorveglianza di questo "ordine di libertà" …
http://www.nartv.org/2010/01/14/chatter/
E’ a questo punto che Google sotto la pressione di Sergey avrebbe deciso di ritirarsi. Non solo le finalità della sua azione, ma le stesse prospettive economiche di Google Inc. erano messe in questione. Il danno che la compliance con il regime autoritario cinese avrebbe portato a Google sarebbe stato immenso. Cosa avremmo detto noi tutti se Google avesse conseganto le chiavi per l’identiticazione e il controllo dei dissidenti all’apparato di partito? Sosteniamo Sergey e Google in questa battaglia e congratuliamoci per la forza che abbiamo noi fautori della libertà in rete e nemici del controllo di stato. This is a day of days!
http://googleblog.blogspot.com/2010/01/new-approach-to-china.html









