Ghetto Mundial


*di Soweto World Champ*

C’è uno spot fighissimo che gira sulle tv satellitari. Nel video si vede Cristiano Ronaldo col capello brillantinato e il muscolo lucido che scaglia una minella delle sue, tipo Goldrake maglio spaziale.
La palla buca il teleschermo e rimbalza in quella che secondo gli organizzatori degli imminenti campionati mondiali è l’idea che il mondo si farà del Sudafrica. E cioè un’assolata savana con cespugli di lattuga fresca, fronzuti baobab, e qualche leoncino vagamente incazzato. Che bella l’Africa, viene da pensare, la natura incontaminata, lo spirito selvaggio, le origini dell’uomo e analoghe amenità antropologiche. Eppure, intorno agli stadi già belli e pronti per le gare (cominciano il prossimo 11 giugno) non c’è la savana, non cresce la lattuga e soprattutto i leoni
se la sono data a zampe levate già da un pezzo.

L’habitat prevalente sono le baracche, una miriade di baracche di latta, cartone inchiodato, lamiera e qualche mattone qui e lì, costruite l’una sull’altra in agglomerati disordinati, caotici e poveri: le baraccopoli, appunto. Di sicuro Cristiano Ronaldo non si farà mai vedere da queste parti ma per il governo Sudafricano l’importante è che non ci passi proprio nessun altro. Per questo da un anno a questa parte è impegnato a nascondere allo sguardo del mondo il lato affamato di questa Svizzera africana. Come? Semplice, con le maniere forti. “L’obiettivo del governo è far uscire dall’inquadratura delle telecamere che a migliaia saranno puntate sul nostro paese, la povertà che affligge i sobborghi delle grandi città, e ancor di più, la totale mancanza di diritti civili”. A parlare sono tre giovani sudafricani: Busisiwe, Thembani e Philani, attivisti del movimento Abahlali, la più importante organizzazione politica per l’emancipazione delle popolazioni reiette del Sudafrica a pane e acqua.

Dallo scorso 18 maggio, e fino alla fine del mese, anche loro sono impegnati in un tour, i Mondiali al contrario, che li ha portati a Rosarno, dove a marzo è scoppiata la rivolta degli “schiavi” degli aranceti, e a Castelvolturno, dove due anni fa sei africani innocenti sono stati massacrati dalla camorra, ma anche all’Aquila per solidarizzare con il popolo delle tendopoli e delle casette.

Martedì 25 sono passati anche da Milano, ospiti del Centro Sociale Torchiera, nel piazzale del Cimitero Maggiore. Il tour è proseguito poi in Piemonte per terminare infine a Roma il 30 maggio scorso. Solo a Città del Capo oltre 20mila persone sono state deportate tra la città e l’aeroporto, in casette di lamiera che sono una versione appena più ripulita delle baracche. Ma questo è il meno. Da circa un anno è partita la caccia all’ambulante, bandito dalle città pena l’arresto. I ragazzi di strada vengono accalappiati e spediti in riformatori e comunità d’accoglienza, i mendicanti invitati a suon di botte a smobilitare. Ma a pagare le conseguenze più pesanti è stato proprio il movimento Abahlali, il più presente tra i diseredati del paese.

Dopo reiterate minacce, lo scorso settembre bande paramilitari hanno fatto irruzione a Kennedy Road, l’insediamento nei pressi Durban dove sono meglio rappresentati, facendo decine di feriti e tre morti. L’obiettivo dell’azione paramilitare erano i vertici di Abahlali, che infatti sono stati costretti a nascondersi. Al loro posto nel campo si sono insediati i militanti dell’African National Congress di Nelson Mandela, il partito di governo impegnato anima e corpo nella promozione dei Mondiali, quasi dovessero diventare un biglietto di sola andata dal terzo mondo all’occidente liberista.

Il nuovo stadio di Durban, il Moses Mabhida, ospita fino a settantamila spettatori comodamente seduti. Tra le due curve corre un arco panoramico alto centodieci metri, con un trenino prodotto in Italia che permetterà ai visitatori di ammirare il panorama della baia dall’alto. Costo complessivo 3,1 miliardi di rend sudafricani, pari a 280 milioni di euro. Inutile dire che a Camp Kennedy Road, invece, non c’è acqua corrente, né elettricità. “Lottiamo per ciò che è reale, per una giustizia sociale diffusa, ma soprattutto perché con Abahlali le persone che vivono nelle baracche diventano responsabili della propria vita. Certo l’autorganizzazione dei poveri non è affatto facile, ma è l’unica possibilità.

Le zone intorno agli impianti sportivi sono state “ripulite” da senzatetto e baracche, e il governo ha approvato il famigerato Slums Act, una legge che sostanzialmente legalizza gli sgomberi delle baraccopoli. “La repressione della polizia nei nostri confronti va avanti dal 2005. Sono cinque anni che i compagni lottano e si scontrano quasi quotidianamente con l’ottusa violenza del governo. Ad oggi sono duecento gli attivisti arrestati, nessuno condannato, ma la minaccia di finire in galera è il deterrente peggiore. Ogni marcia viene repressa con lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma, nonostante chiediamo cose semplici come case, acqua, elettricità, lavoro.
Ma più di tutto vorremmo essere riconosciuti come esseri umani”.

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