* di Vic Marchi *
Dopo aver sfiorato la bancarotta ed aver visto la propria moneta crollare, l’Islanda sta considerando una nuova prospettiva: quella di diventare il paradiso di giornalisti ed editori offrendo la legislazione più avanzata in termini di protezione della libertà di parola e di tutela al giornalismo investigativo. La proposta va sotto il nome di Icelandic Modern Media Initiative e secondo il New York Times combinerebbe al suo interno pezzi di legislazione raccolta da mezzo mondo, dall’Estonia agli Stati Uniti. L’obiettivo della IMMI ( cito dal sito http:// immi.is ) “è quello di coinvolgere il governo nello sviluppo di strategie per il rafforzamento della libertà di espressione nel mondo ed in Islanda, così da fornire un ambiente legislativo favorevole e la massima protezione della privacy degli autori e di chi si impegna in una campagna di denuncia”.
Questa iniziativa è interessante per tre ragioni. La prima è che essa segna un punto di svolta rispetto al modo in cui finora è stata gestita la crisi finanziaria dell’economia globale; viene infatti finalmente riconosciuto che trasparenza e accountability, due cose che non esistono senza una libera stampa, sono i requisiti essenziali per la riforma di un sistema finanziario che sembra privilegiare opacità e disinformazione, e che funziona come una gigantesca cospirazione del denaro ai danni della popolazione e del pianeta. La seconda ragione è che l’iniziativa sancisce in modo definitivo il fallimento della convergenza fra new economy e capitalismo autoritario in salsa cinese, il famoso G2 che avrebbe unito USA e Cina in una relazione strategica nella governance dell’economia gobale. Terza cosa, così facendo si pongono al centro della questione Internet e la legislazione che regola la libertà sul web.
Siamo dunque di fronte ad una crisi senza precedenti di un modello economico ed una spaccatura all’interno del capitale, scissi fra una visione progressista ed una autoritaria all’interno del paradigma nascente. Sappiamo come al centro di questo contendere ci siano Internet e la libertà di espressione sul web. Conosciamo anche quali sono i paesi che si stanno allineando sul fronte autoritario: l’Iran di Ahmadinejad, la Russia di Putin ed la Cina di Hu Jintao. Quello che però rischiamo di dimenticarci è che il governo Berlusconi sta facendo di tutto per coinvolgere l’Italia in tale direzione.
Che ci sia una sorda ostilità al web, connaturata ad un potere che ha nella televisione il suo strumento principe, è in qualche modo scontato e non ci sorprende più. Quello che meraviglia è l’ostinazione con la quale si tenta di ostruire il naturale fluire dell’evoluzione storica, quasi che questo potere vedesse nella rete il suo tramonto e vi svelasse in essa una paura a volte scomposta per ciò che potrebbe rappresentare. Questa determinazione non è priva di strategia che si snoda a più livelli, primo fra tutti quello delle infrastrutture e della legislazione. Nel primo caso ci troviamo di fronte ad un benign neglect, un disinteresse motivato nei confronti dello sviluppo della rete che ha permesso all’Italia di scivolare negli ultimi posti in Europa in tema di penetrazione e diffusione di Internet. Giusto oggi il corriere ricordava come il mancato stanziamento degli 800 milioni già approvati in sede di bilancio per lo sviluppo della banda larga in Italia stia costando la bellezza di 80.000 nuovi posti di lavoro nel settore delle telecomunicazioni e nell’indotto.
Per un governo così propenso alle grandi opere questa è davvero una sorprendente decisione. Non contenta di ciò, la Maggioranza si è mossa sul piano legislativo con una serie di proposte liberticide mirate. L’obiettivo nascosto in tutti questi casi sembra essere la community e lo user generated content, tutto ciò insomma che è postato da terzi su un certo sito, sia esso nella forma di un contributo originale o come semplice commento. In questa logica è venuta per prima la proposta di legge che voleva uniformare l’editoria online alla normativa vigente per la carta stampata, un incubo nel quale anche il blog di nonna Teresa avrebbe dovuto registrarsi come testata. Solo la sollevazione di massa dei bloggers italiani è riuscita a sventare questo sciagurato evento.
Non contento di questa figuraccia il governo ci ha riprovato con il cosiddetto decreto Romani che voleva allineare video-blogs alla normativa sulla tivù, stavolta è dovuta intervenire la Commissione Lavori Pubblici grazie ancora alla generale sollevazione del popolo di Internet. In questo caso l’obiettivo era quello di rendere il gestore del sito responsabile dei contenuti in esso pubblicati. In particolare l’articolo 17 prevedeva una specifica autorizzazione per la diffusione in streaming, che avrebbe posto l’Italia in conflitto con la legislazione europea, la quale esclude esplicitamente qualsiasi forma di censura preventiva.
Fallito per il momento il tentativo di regolare i contenuti editoriali, il governo ha rivolto le sue attenzioni con successo ai gestori della connettività ( fastweb e telecom per intenderci.). Il veicolo è stato l’emendamento al pacchetto sicurezza di Gianpiero D’Alia, senatore UDC, votato in legge dal senato il 7 gennaio 2010. Questa legge ci allinea in modo definitivo con la Cina di Hu Jintao dove queste pratiche sono in uso. Basta una semplice comunicazione della magistratura perchè, al di fuori di ogni ulteriore riscontro legale, un decreto governativo emesso dal ministro degli interni possa oscurare un sito ovunque esso si trovi. Ma non è finita qui.
Dopo esserci riuscito con i carriers, il governo torna a spostare la sua attenzione su gestori ed utenti. Incombe infatti la proposta di legge targata Gabriella Carducci (Pdl) che vorrebbe rendere illegale l’anonimato su Internet. Come conseguenza non potrebbero più postare commenti sui blog o contribuire un contenuto alcunchè senza prima registrarsi. Il paradosso è che prendendo in esame il testo del disegno di legge si trova in prima una bella citazione di Hayek che dice: “mentre la libertà è compatibile con il divieto di fare cose specifiche, questa non esiste se si ha la necessità del permesso per la maggior parte delle cose che uno può fare.
Commenti
Invia nuovo commento