*by Luca Fazio*
La candidatura a sindaco di Giuliano Pisapia costringe i partiti screditati a giocare a carte scoperte per le elezioni di Palazzo Marino. Ma l'unità della sinistra, questa volta, per essere credibile deve coinvolgere quella parte di «cittadinanza attiva» che ormai scalpita per entrare in politica. A cominciare dalle primarie
Tra meno di dieci mesi si vota. E come direbbe Celentano (niente panico, non si candida) la situazione non è buona. Volendo proiettare uno sguardo fiducioso rivolto al futuro, si potrebbe aggiungere che le elezioni per il sindaco di Milano del 2015 sono ancora a portata di mano di quella cosa informe che non dà segni di vita e boccheggia con poche idee nel campo avverso al Pdl di Letizia Moratti. Invece, tocca giocarsi prima la partita del 2011, anche se la sensazione è che il centrosinistra (fino ad ora) l'abbia già data per persa, perdendosi ancora una volta in avvilenti giochetti masochistici per accaparrarsi una fettina di potere (o poltroncina di opposizione) a Palazzo Marino.
Davvero poco, considerato che quelle del prossimo anno sono o sarebbero elezioni decisive per provare finalmente a interrompere il cosiddetto dominio del berlusconismo. Eppure, considerando la situazione obitoriale della politica milanese tutta giocata nelle stanzette dei partiti, sembra che anche questa volta non se ne sia accorto nessuno. Una sciagura, perché, come dicono in molti senza crederci troppo - o senza avere gli strumenti per ribaltare gli impenetrabili apparati dei partiti - se l'Italia non riparte da Milano non riparte. In più, Letizia Moratti è sindaco poco amato dai cittadini e dalla coalizione che finge di sostenerla e che litiga su tutto, dall'Expo al Piano regolatore del territorio - sarebbe il caso di approfittarne, anche se i 35 milioni di euro per la sua campagna elettorale possono annichilire qualunque sfidante (che per ora non c'è). Ma la vera occasione persa potrebbe essere un'altra.
E' l'energia di quella che con linguaggio troppo datato viene ancora oggi definita «società civile» (piuttosto dormiente negli ultimi anni) e che invece bisognerebbe rimettere a fuoco e ribattezzare «cittadinanza attiva»: sono centinaia e centinaia di persone che ogni giorno, senza sponde, in città fanno politica attivamente e che, per dirla tutta, ormai non ne possono più dei partiti e di delegare i loro bisogni e desideri ai professionisti della politica. Sono persone che stanno cercando di rimettersi in gioco pretendendo di avere la stessa dignità e la stessa capacità di intercettare consensi di qualsiasi formazione politica organizzata. Come dargli torto, considerati gli ultimi disastrosi risultati elettorali? I partiti sentono questo fiato sul collo, questo desiderio di molti cittadini di rappresentarsi da sé, un sentimento di lontananza e quasi disprezzo maturato dopo anni di ottusa gestione autoreferenziale del potere e delle poche idee da parte dei soliti noti: a Milano, alle regionali di quest'anno, c'è stata un'affluenza alle urne del 60%. Il primo partito, dunque, è quello del non voto.
Fino all'altra sera, il toto-candidato, tra veti incrociati e coltellate fratricide, è andato in scena dietro le quinte del solito desolante teatrino. Il primo a rompere questo schema, decidendo di metterci la faccia, è stato Giuliano Pisapia, avvocato molto conosciuto a Milano, ex deputato indipendente con il Prc, e oggi lanciato da Sel. La sua candidatura un merito ce l'ha già, anzi due. Primo: costingerà il Pd a darsi una mossa e decidersi per le primarie il prossimo ottobre (una parte importante del partito le avversa). Secondo: la sua mossa ha preso in contropiede tutti, compresa quella parte della sinistra ridotta ai minimi termini che in assenza di alternative sta facendo finta di sostenerlo, anche se avrebbe preferito un percorso più tortuoso ma ormai difficilmente comprensibile. Giuliano Pisapia, l'altra sera al Teatro Litta, davanti a una platea piuttosto agée e iper garantita - avvocati, professionisti, associazionismo con filo di perle, insomma quella che si diceva la mitica borghesia illuminata milanese - ha ridato speranze mettendo al centro contenuti del tutto condivisibili (ecologia, diritti, cultura, scuola, politiche per i giovani...) eppure la sua strada appare tutt'altro che priva di ostacoli. Il suo problema, anche se farà di tutto per sganciarsi dalle beghe delle segreterie guadagnandosi una certa autonomia, è che potrebbe non senza ragioni essere identificato come il candidato della sinistra sinistra, che come sappiamo è messa piuttosto maluccio (Sel 2,9%, Prc e Pdci 2,7%, Verdi 1,3%). E quello dei partitini rischia di essere un abbraccio mortale. Tanto più che una parte di Prc e Pdci maldigerisce la sua candidatura e almeno, per sostenerla, punterebbe all'unità con Sel in alternativa al Pd (cosa che Sel non ha fatto alle scorse regionali sulla spinta proprio di quelli che puntano sempre alla mortifera convergenza con il Pd). Fa impressione anche solo da scrivere, anche perché in ballo rischiano di esserci solo una o due poltroncine a Palazzo Marino: ci vuole altro per capire perché i cittadini sono nauseati? Ora toccherà all'avvocato di sinistra, antiproibizionista e garantista cercare di coinvolgere e convincere anche quella parte di «cittadinanza attiva» che l'altra sera si sarebbe sentita un po' fuori posto tra le poltroncine del Litta, se non altro per farsi votare alle primarie.
Il Pd (26,3%), se possibile, è messo ancora peggio. Filippo Penati, oggi minoranza, l'uomo in assoluto più perdente del centrosinistra al nord, sta facendo di tutto per tarpare le fragili ali della giovane classe emergente milanese (si fa per dire) del partito di Bersani. Fino al punto di convergere su Pisapia pur di scongiurare le primarie, mettendo così fuori gioco i vari Pierfrancesco Majorino (capogruppo a Palazzo Marino) e Roberto Cornelli (segretario metropolitano già sindaco di Cormano). Un torto i giovani piddini che caldeggiano le primarie ce l'hanno: dopo quattro anni di opposizione inesistente, a pochi mesi dalle elezioni, non hanno lo straccio di un candidato forte, essendo fuori causa tutte le ipotesi fatte circolare - o bruciate - prima del tempo (Livia Pomodoro, presidente del Tribunale di Milano, Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, ucciso dalla mafia nel '79). Morale: alle primarie, che quasi sicuramente si faranno, il primo partito dell'opposizione rischia di perdere la partita; e anche di questo sarebbe il caso di approfittarne.
Probabilmente saranno primarie plurali - come auspica lo stesso Pisapia - perché è quasi certa la prossima presentazione di altri candidati. Aspettando il Pd, la candidatura che si annuncia più problematica (che dovrà scontare l'accusa di voler reiterare il solito schema della divisione a sinistra) si sta consolidando in queste ore e nascerà nel tentativo di smarcarsi nettamente dai partiti della sinistra. Si parla di una lista civica attorno al nome di un eminente giurista - anche se riesce difficile immaginarlo contrapposto a una figura come Pisapia.
Ci sono poi gli outsiders, che mai come in questo momento possono scompaginare i precari equilibri delle segreterie sclerotizzate. Milly Moratti, per esempio, presenterà la sua lista civica per continuare la sua battaglia contro la super cognata in consiglio comunale? E se sì, con chi? Per non dire dell'Idv (7,59%), forse l'unica forza dotata di un leader capace di annusare l'aria che tira e stabilire che qui a Milano si sta giocando un pezzo di futuro del paese: che farà Tonino Di Pietro? E poi, anche se ai politici di professione vengono i capelli dritti solo a sentirli nominare, sicuramente saranno della partita i grillini del Movimento 5 Stelle (3,2% alle ultime elezioni): da mesi stanno lavorando a una candidatura, persi tra le chiacchiere orizzontali dei loro «meet up» che hanno già sconvolto il panorama politico nazionale.
Essendo così frantumate le cose, suggeriscono i più accorti protagonisti della cittadinanza attiva che un po' sogna ad occhi aperti, per rischiare di vincere sarebbero necessarie due cose. Primo: primarie vere, con i partiti tradizionali disposti a farsi scavalcare e a fare squadra comunque vada a finire la consultazione, per tenere insieme anche gli elettori dei candidati sconfitti (è il senso dell'appello che pubblichiamo qui a fianco). Secondo: una volta scelto lo/la sfidante della Moratti, i partiti dovrebbero avere il coraggio di fare un passo indietro presentandosi agli elettori con una lista unica aperta alle candidature della cosiddetta società civile che a parole tutti dicono essere una risorsa: metà politici, metà cittadini attivi «qualunque». Ma sono disposti questi partiti a farsi un po' da parte? E Pisapia, considerato che è il primo, sarebbe pronto a sottoscrivere queste due proposte?
Commenti
Invia nuovo commento