APRI IL BECCO E INVADI LE STRADE!




Quelli erano anni bui per il suo paese. Montò in sella al suo cavallo d’alluminio riciclato. Per proteggere gli occhi mezzi ciechi, aggiustati con lenti a contatto semirigide, aveva bisogno di occhiali da sole. L’aria fa malissimo alle lenti. Rischiano di volare via. L’ideale sarebbe stata una maschera da sci. Se ne infischiava di sembrare pazza. Cavalcava la sua bici in alluminio riciclato tra i pericoli della città, in cerca di disperati da salvare e potenti da punire. Non si preoccupava molto di non essere vista nella pioggia e nel buio: i suoi vestiti funzionavano da faro. Era stata a Londra da poco e aveva notato che tutti i ciclisti mettevano caschetto e giacca giallo fosforescente con banda catarifrangente. A lei bastava un impermeabile colorato e una gonna a pois alla Minnie. Le costruzioni ovunque le ricordavano “Le mani sulla città”: la speculazione edilizia degli anni ’60 era tornata, perfezionata dal tempo. Pensava a Sai, la baby sitter dei suoi nipotini, schiacciata da un’auto una sera mentre attraversava sulle strisce pedonali. Roba da galera. Invece la stronza che l’aveva investita se l’era cavata con una supermulta e scorrazzava ancora a bordo della sua arma letale. Sai era entrata in coma. Aveva passato qualche settimana in ospedale. Il suo ultimo Natale l’aveva trascorso in quello stato incosciente, probabilmente sola. Dopo poco era morta. Stava mettendo da parte i soldi per tornare in Eritrea e avere dei figli suoi. Era una storia da non credersi e da rabbuiarsi al solo pensiero. La sua nipotina aveva detto: “Forse non si sono accorti di lei che attraversava, perché vedere una persona nera al buio è più difficile”. I bambini capiscono sempre tutto: uccidere una persona nera era facile allora, in Italia. La Lega non voleva bambini neri nelle scuole. La Lega voleva test d’italiano per i kebabbari. La Lega voleva i vagoni per gli immigrati. La Lega aveva lanciato da poco il sapone per lavarsi le mani dopo aver toccato uno straniero. È una guerra. I ciclisti in strada devono difendersi dagli autolesi. Pedalando, guardava male i SUV guidati da banditi metropolitani. Se avesse saputo disegnare, le sarebbe piaciuto ambientare un graphic novel nella giungla d’asfalto, ostile e pericolosa. L’aria velenosa uccideva gli abitanti, i morti di tumore aumentavano, ma l’Omnocrate diceva che al San Raffaele avevano inventato una cura miracolosa per debellare il cancro. Salì sul marciapiede con la bici per evitare le macchine che arrivavano contromano, anche se era lei a essere in direzione opposta al senso del traffico, al senso comune. Mentre evitava pedoni, auto, pavé, rotaie, buche, aria velenosa nei polmoni immaginava cicle pistabili, che fossero semplicemente piste ciclabili. Il tragitto in linea d’aria era brevissimo, ma in bici sembrava una corsa a ostacoli. In una via c’erano lavori stradali, gru, fosse profonde; in un’altra le armi-machines svoltavano a tutta velocità; in un’altra ancora il marciapiede era minuscolo, le macchine in doppia fila, la strada un controsenso. Chiunque incrociasse la insultava. Oppure le ghignava in faccia per via degli occhiali scuri. Imperturbabile lei non cagava nessuno. In testa un’immagine: una città con tubi di vetro in una città arborea dove sfrecciare libera sul suo cavallo a pedali. Le piste ciclabili avrebbero ridotto l’odio e portato amore! Qualcuno doveva bloccare il traffico e segnarle sull’asfalto. E visto che era fissata con i tweet e la massa, iniziò a cinguettare in loop: “Apri il becco e invadi le strade!”. Una rivoluzione tintinnante e chiassosa avrebbe presto liberato Milano, ne era certa.

Commenti

beep beeeep

bellissimo il campanello vocale. anche io lo uso spesso. "attenzione attenziooooneeeeee"
e cantare a squarciagola in bici è un'esperienza priceless!

la bici vince

sempre, comunque.
tranne che nella pratica.
se bastasse sapere di essere nel giusto, ci sarebbe meno di un milione di auto. in tutta italia.
o, in alternativa, noi ciclisti saremmo invulnerabili.
ma che m'importa di conservarmi nel marcio? sfreccio accanto alle porche incolonnate, urlo BEEP BEEP quando tutti strombazzano immobili, canto a squarciagola e insulto cantando gli autistici motorizzati, chiusi, intrappolati in quello che credono essere uno strumento di libertà e invece è una scatola più piccola di una cella di rigore.
finchè sono vivo, voglio essere vivo.

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